Immaginate se il Lazio o la Campania diventassero potenze sportive mondiali. Immaginate che Lazio o Campania si trovassero, con i loro 5 milioni e mezzo di abitanti, dalle parti del Circolo Polare Artico: vi immaginereste che fossero molto in gamba con ghiaccio, gelo e neve, insomma le discipline dello sport che più si adattano per ragioni anche troppo ovvie a chi nasce, cresce e vive da quelle parti. E immaginereste bene. Ma se, poi, questi ipotetici laziali e/o campani surgelati si mettessero in testa di scendere dagli sci e dai pattini per diventare, poniamo, grandi campioni anche nel calcio o nell’atletica, allora forse vi sorprendereste. E fareste di nuovo bene.
I sei ori di Klaebo a Milano Cortina
Questo, più o meno, è il miracolo sportivo per nulla miracoloso, ma virtuoso, della Norvegia, angolo di mondo che sempre più spesso riesce a battere il resto del mondo. Se sugli sci i norvegesi sono sempre formidabili, soprattutto nelle specialità della fatica (velocisti si nasce, ma fondisti si diventa), e se con il leggendario Johannes Klaebo hanno appena vinto 6 ori in 6 gare alle Olimpiadi, ieri sera nel calcio hanno fatto fuori l’Inter dalla Champions grazie al formidabile Bodo/Glimt (la squadra dei “salmonari”, come no), e a novembre hanno umiliato gli azzurri a San Siro (4-1), obbligandoci ai play-off per raggiungere un Mondiale per ora abbastanza ipotetico.
I successi sugli sci
La Norvegia rappresenta la storia dello sci, dal super velocista Aamodt, 8 medaglie olimpiche, agli inarrivabili fondisti Einar Bjoerndalen detto “il cannibale” (13 medaglie ai Giochi) e Marit Bjoergen, che con 15 podi ai Giochi è la donna con più medaglie della storia. Nel pattinaggio di velocità non si può ignorare Johann Olav Koss, tre ori a Lillehammer con altrettanti primati del mondo.
I gol di Haaland e gli ostacoli di Warholm
Fin qui, è anche una questione di habitat. Ma il discorso climatico e ambientale vale poco o niente se consideriamo Erling Haaland, il più forte centravanti del mondo, già nella storia del football. Molto oltre la dimensione del gelo perenne e della retorica freddezza nordica, troviamo anche Karsten Warholm, primatista mondiale nei 400 ostacoli, Jakob Ingebrigtsen, oro olimpico nel mezzofondo davanti agli specialisti africani, oppure Greta Waitz, vincitrice di 9 maratone di New York. Se volete, possiamo parlare anche del ciclista Tor Hushovd, velocista principe, già iridato su strada e conquistatore di dieci tappe al Tour, o del tennista Casper Ruud, primo norvegese a raggiungere finali di Slam.
Il modello vincente
Ma cos’hanno di davvero speciale, questi atleti norvegesi? Forse il crescere sereni, con le competizioni vietate fino ai 13 anni di età (è il “Modello Idrettsgleden”, ovvero “gioa nello sport”). Fino all’adolescenza, inoltre, quasi tutti i ragazzi praticano quattro o cinque sport, e questo li aiuta a essere poliedrici. I costi di iscrizione sono irrisori. Ma la vera differenza rispetto ad altre nazioni è l’approccio con lo sport nella scuola: intanto, il nuoto è materia obbligatoria fino dalla primaria. Le altre materie vengono insegnate e praticate a rotazione, seguendo il ritmo delle stagioni e, in particolare, degli inverni norvegesi. E’ del tutto normale che la classe vada a pattinare, oppure a sciare, durante le ore scolastiche, perché da quelle parti non esiste una rigida gerarchia tra le materie, mentre qui in Italia ci si continua a dividere tra discipline scientifiche e umanistiche, neppure fosse un derby (e l’ora di ginnastica, di solito, sta in fondo alla mattinata per non disturbare le “materie vere”).
Il Liceo sportivo
Quando poi i ragazzi arrivano alla scuola secondaria, cioè le nostre vecchie medie, hanno la possibilità di organizzare una specie di piano di studi, cosa che da noi accade solo all’Università: un tredicenne norvegese può decidere di seguire corsi di studio sportivi opzionali e supplementari, accompagnati ad approfondimenti quali psicologia o salute dello sport. L’aspetto agonistico verrà dopo. Durante molti anni, contano soprattutto l’approccio ludico e atletico. Proseguendo negli studi, ci si potrà iscrivere al Liceo sportivo, dove oltre un terzo delle materie e degli orari settimanali è dedicato allo sport, inteso come pratica ma anche come teoria. Anche i medici sportivi iniziano di solito così il proprio percorso, per specializzarsi ovviamente all’Università, ma su basi molto più solide e specifiche. La collaborazione tra scuola e club sportivi Le scuole collaborano, inoltre, con i club sportivi in maniera molto stretta e sistematica. Esiste una “Dichiarazione dei diritti dei bambini nello sport”, dove sono contenute le linee guida a tutela dei minori. Si tenga conto che alcune lezioni, a partire dalla scuola primaria, vengono svolte all’aria aperta in ogni stagione, e questo contribuisce a irrobustire intere generazioni, compresi i futuri atleti. L’agonismo, lo ripetiamo, è solo la parte finale del percorso, arriva al momento giusto e non crea quasi mai squilibrio tra aspettative, desideri e reali possibilità degli individui. I ricavi della lotteria alla pratica sportiva Lo Stato non finanzia attività professionistiche, ma investe moltissimo denaro in strutture, maestri, allenatori, e nello sport per tutti. Inoltre, i ricavi della lotteria nazionale vanno alla pratica sportiva. Se la base dello sport norvegese è ampiamente ludica e pedagogica, quando viene il momento di competere entra in scena l’Olympiatoppen, una sorta di Coni che si occupa delle élite: classifiche, allenamenti, ranking, fisiologia, tecnica e nutrizione. La base scientifica, a questo punto, diventa dominante: i norvegesi sono stati pionieri nei test del lattato e nei monitoraggi del volume di ossigeno. Gli atleti non sono trattati come dipendenti non pensanti, o come macchine da risultati: hanno un rapporto paritario con i loro capi e sono coinvolti in ogni decisione che li riguardi. Infine, a livello di società sportive e famiglie, esiste una estesissima rete di volontariato che si affianca al lavoro delle istituzioni a favore dello sport. Come si sarà capito, insomma, il modello norvegese si rivela l’esatto contrario di un miracolo.
