A 37 anni, Francesco Farioli da Lucca ha già lavorato in sei nazioni diverse, vinto un titolo fresco fresco con il Porto, perso in Olanda un campionato per due gol al novantanovesimo minuto, uno subito dal suo Ajax e l’altro segnato dai rivali del Psv (che quest’anno ha fatto 28 punti in più dei lancieri), rifiutato squadre importanti come il Chelsea e imparato a guardare l’Italia da lontano, con meno asprezza e con più dolcezza di quando invece la osservava da vicino.

Farioli, ma le manca qualcosa dell’Italia?

«Di italiano ho ancora la famiglia mia e quella di mia moglie, ma ad esempio quest’anno non sono mai tornato. Non è che me la stia dimenticando, ma cerco di prendere il più possibile dal posto dove sto e Porto mi ha fatto sentire a casa. Mia figlia ha appena cominciato con la scuola e parla già quasi tre lingue, con una pronuncia molto migliore della mia, che sono dieci anni che vivo all’estero». Come ci vede, da laggiù? Siamo così lontani? «L’Italia non è mai davvero lontana. Quando cresci nella cultura calcistica italiana, una parte ti rimane sempre dentro. Allo stesso tempo, però, vivere tanti anni all’estero ti aiuta a guardare l’Italia con una prospettiva più ampia e a capire che non esiste un unico modo di interpretare il calcio. In Turchia ho percepito una passione quasi totalizzante, all’Ajax il calcio, quel modo di fare calcio, è una religione, in Portogallo c’è un mix molto interessante tra competenza tattica, intensità emotiva e sviluppo del talento e a Porto in particolare il pallone è vita vera, rappresenta la storia politica della città, della regione, della nazione. È proprio questo confronto continuo tra culture differenti che ti arricchisce di più». Perché noi sembriamo invece così poveri? «Da fuori si percepisce che in Italia esiste ancora una certa nostalgia verso il passato e una certa difficoltà ad accettare rapidamente il cambiamento. Ma il calcio italiano continua ad avere un fascino e una profondità culturale enormi. Per questo penso che la vera sfida non sia difendere la tradizione o inseguire le mode, ma trovare il modo di evolversi senza perdere la propria identità».

Come mai il Portogallo, che ha un sesto degli abitanti dell’Italia, sforna un numero di talenti così smisuratamente superiore? «Qui hanno sviluppato una cultura molto chiara nella valorizzazione del talento giovane. C’è coraggio nel dare spazio ai ragazzi, ma soprattutto un lavoro molto coerente tra formazione tecnica, sviluppo mentale e costruzione della personalità del calciatore. In Portogallo i giovani crescono molto presto con responsabilità importanti e con l’idea che il talento da solo non basti. Il Portogallo è stato più veloce nell’adattarsi alle dinamiche del calcio moderno». Tra qualche mese esordirà in Champions, competizione in cui le squadre portoghesi hanno spesso fatto meglio di quelle italiane. Perché? «A volte c’è una percezione distorta delle differenze economiche. È vero che i budget sono molto diversi, ma il calcio non si riduce solo alla dimensione finanziaria. In Portogallo esistono cultura tattica, qualità tecnica, intensità competitiva e soprattutto una straordinaria capacità di sviluppare talento. Le squadre portoghesi sono abituate a lavorare con creatività, idee, organizzazione e sostenibilità. Alla fine, soprattutto nelle competizioni europee, la differenza la fanno mentalità, organizzazione, continuità e capacità di stare dentro certi livelli di pressione». Quindi non ha un solo buon motivo per tornare in Italia, giusto? «Oggi la serie A non è nei miei pensieri, ma soprattutto perché per la prima volta mi appresto a cominciare la seconda stagione nello stesso club. Al Porto ho trovato la sintonia che ho sempre cercato, tutti remano nella stessa direzione e con il presidente Villas-Boas c’è stata un’affinità immediata, forse perché anche lui è stato un giovane allenatore come me. Il giorno che lascerò il Porto, lo porterei volentieri con me». Come è stato il vostro incontro? «Quando ero in testa in Olanda il mio agente era tempestato di telefonate, ma dopo aver perso il campionato, e in quel modo, mi si è stampato addosso il marchio del perdente e mi hanno cercato solo due club di B e uno che avrebbe lottato per salvarsi in serie A. Poi un giorno Villas-Boas mi ha invitato a prendere un caffè a Como. Ci siamo capiti in tre minuti. Nei colloqui non parlo quasi più di tattica, ma di coinvolgimento, chiarezza, trasparenza. Faccio un esempio: se ti chiedo un mediano con certe caratteristiche e me ne prendi uno con altre, vuol dire due cose, o che non sono l’allenatore giusto per te o che lo sono ma non mi ascolti. Con lui si usa il metodo di Hegel: tesi, antitesi, sintesi». La accusano ancora di difensivismo, visto che al Nizza, all’Ajax e al Porto ha sempre avuto la migliore difesa del campionato? «L’Italia ha costruito una parte importantissima della storia del calcio mondiale attraverso l’organizzazione, la capacità di lettura delle partite e l’attenzione ai dettagli, ma ora il calcio è globale, contaminato, in continua evoluzione. Ridurre un allenatore a una sola scuola di pensiero è superficiale. Per me difendere bene significa essere organizzati, compatti, intelligenti nella gestione degli spazi e dei momenti della partita. Io continuo a pensare che il vero obiettivo sia costruire squadre capaci di adattarsi ai diversi contesti senza perdere identità». Qual è la cosa che la rende più orgoglioso? «Qualche giorno fa ho chiesto ai giocatori di rispondere a un questionario in forma anonima e di non avere paura di usare il bazooka contro di me e il mio staff, se qualcosa non gli fosse piaciuto. Nessuno lo ha usato e molti hanno scritto che in campo sanno perfettamente dove stare e cosa fare. Il calcio può prendere due direzioni, quella dell’entropia o quella dell’ordine, e la prima qualità dell’allenatore non è la tattica, ma la capacità di far sentire il calciatore parte di qualcosa di più grande di lui». Chi è il migliore in questo? «Mourinho. Nella mia tesi di laurea ho parlato del triplete. Abbiamo avuto contatti sporadici, ma l’anno scorso mi mandò un vocale di due minuti prima della partita decisiva dell’Ajax e in questo ci siamo sentiti molto spesso, anche se quando ci siamo sfidati non ci siamo scambiati una parola». Da leggenda del Porto, che consigli le ha dato? «Di ascoltare ed esplorare. Mi ha parlato per 5 minuti della squadra e per 25 della gente e della città».