Se l’esperienza di Gattuso ct si chiuderà in anticipo, nelle prossime ore oppure a giugno dopo due amichevoli amare magari da sparring partner di una tra le 48 squadre col biglietto prenotato per l’America, si tratterà di una tra le più brevi parentesi nel ruolo. Delle sue 8 partite (6 vittorie, 1 sconfitta con la Norvegia e il fatale pareggio in Bosnia, totale 22 gol fatti e 10 subiti) passerà alla storia azzurra l’epilogo ai rigori. Ma le superficiali etichette lui le ha spazzate via ancora una volta martedì sera a Zenica, seduto accanto a Gravina e Buffon, con la sincerità e con la lealtà: «Non è importante il mio futuro, ma quello del calcio italiano».
Traduzione: è pronto a dimettersi in qualunque momento, anche se Gravina ha chiesto a lui e a Buffon di restare e anche se il suo contratto (800mila euro più il bonus qualificazione da 1 milione sfumato insieme all’opzione di rinnovo fino al 2028) scade a fine luglio. Gattuso ha rivendicato il famoso senso di appartenenza restituito alla Nazionale: stavolta i giocatori l’hanno anteposta ai club, pur sprecando in 10 contro 11 per 80 minuti, con Kean, Esposito e Dimarco, le occasioni per chiudere la partita. Il ct non ha ricordato l’egoismo dei presidenti, che non gli hanno concesso nemmeno uno stage, né ha calcato la mano sull’arbitro Turpin, che con la convalida del contestabile pari bosniaco e con la possibile espulsione mancata di Muharemovic ha dimostrato lo scarso peso politico dell’Italia, testa di serie 4 volte campione del mondo obbligata a giocare in trasferta la finale dei play-off in uno stadio arrugginito. Ha accettato col suo staff («ormai purtroppo è andata») la legge dello sport. È un’eredità da non disperdere.
