Claudio Gentile, cosa significa la maglia azzurra tanto sbiadita? «Mi fa male: è come se le continue sconfitte della Nazionale avessero cancellato anche un po’ di quello che conquistammo noi. Una macchia per tutti». Perché è successo? «Siamo genitori e nonni di ragazzi troppo fragili, noi non avevamo niente, loro hanno tutto, vogliono diventare Sinner, ma senza faticare troppo. Io all’oratorio menavo e non ci stavo a perdere, mai».
Come se ne esce?
«Cambiando un sistema dalla A alla Z, non solo qualche nome. La Federcalcio è totalmente da ricostruire, bisogna ridare libertà agli allenatori». In che senso? «Le squadre le fanno i procuratori, anche la Nazionale, soprattutto la Nazionale. Quando allenavo la Under 21, vennero da me con una borsa piena di denaro: è tuo, mi dissero, se convochi chi diciamo noi. Risposi di andarsene subito, altrimenti avrei chiamato i carabinieri». E come finì? «Finì che mi fecero fuori. Se non sei un burattino non fai parte del gioco, però questa storia deve cambiare».
Ha letto i nomi per la carica di presidente federale?
«Mi chiedo quando si avrà il coraggio di scegliere un ex giocatore, qualcuno che sappia davvero di cosa stiamo parlando». Magari uno di voi dell’82? «Non siamo corruttibili, non succederà». Se qualcuno le telefonasse, magari per occuparsi del settore giovanile, lei cosa risponderebbe? «Mi metterei a disposizione, lo sentirei come un dovere morale. Ma a condizione di non essere condizionato. Poi, se i risultati non venissero, arrivederci e amici come prima».
In queste ore si parla soprattutto di Conte, Allegri e Mancini per la panchina azzurra: sarebbero i nomi giusti?
«Hanno vinto tanto, del calcio italiano conoscono tutto. Ma servono regole diverse». Quali? «Io vado spesso allo stadio a vedere il Como, mi diverto, però in quella squadra non c’è l’ombra di un italiano. E allora mi dico che così non va. Devono scrivere una norma che renda obbligatoria la presenza di almeno quattro giocatori italiani nella formazione iniziale di ogni club di serie A, ma io farei anche cinque. Mezza squadra, insomma. I talenti potenziali ci sono, le rappresentative giovanili azzurre stanno facendo meglio della Nazionale maggiore».
Gentile, cos’è l’azzurro per lei?
«La cosa più importante della mia carriera, un orgoglio che sento ancora dentro come se la finale di Madrid si fossa conclusa cinque minuti fa». Ma il calcio è ancora una grande passione italiana? «Per strada mi ferma tanta gente e mi chiede cosa sta succedendo. “Voi eravate uomini”, mi dicono. Questo non lo so. Ma ricordo le parole di mio padre quando tornai a casa con le scarpette da calcio bucate. Ne avevo chieste subito un altro paio, e lui mi rispose che me le potevo sognare». Cosa sognano i bambini oggi? «Forse, non di diventare calciatori, purtroppo. Io rimanevo sul campetto fino a quando scendeva il buio: quante sberle mi sono preso perché rientravo a casa che era quasi notte».
