MILANO - “Niente politica, parliamo di calcio”. Nella New York di Donald Trump e del sindaco Zohran Mamdani, Giuseppe “Pepito” Rossi si dà da fare per fare tornare grandi i Cosmos, il primo club di calcio statunitense ad avere guadagnato fama mondiale negli anni 70, anche grazie a Pelé e Giorgio Chinaglia. Pochi mesi dopo le polemiche per le sue posizioni pro-Ice, espresse in post poi cancellati, l’ex attaccante di Fiorentina e Genoa – fra le altre – si gode il momento: “Oltre a fare il padre e il marito a tempo pieno, sono direttore sportivo e azionista dei New York Cosmos. È una società con una storia importante, l’abbiamo riportata tra i professionisti e non mi perdo una partita allo stadio”, dice in una pausa del torneo EA7 World Legends Padel Tour, dove ha fatto coppia con l’ex stella dell’Nba Danilo Gallinari.

Come se la cava il Gallo con la racchetta?

“È molto bravo, mentre io sono molto scarso. mi spiace per lui! A calcio-tennis invece non temo confronti”. Voi due a parte, a padel giocano meglio i calciatori o i cestisti? “I calciatori. Dida è fortissimo, Toni anche di più. D’altra parte, è un campione del mondo”. Tasto dolente. Dove ha visto Bosnia-Italia? “Ero a casa, con mio figlio di quattro mesi. Abbiamo sofferto insieme, è stato un grande dispiacere. Ai Mondiali avrei voluto andare a Toronto con mia figlia di cinque anni, per rifare con lei il viaggio che facemmo io e mio padre nel 1994, ma purtroppo non è andata così”. Tre qualificazioni mancate di fila: come siamo arrivati a questo punto? “Per l’arroganza della politica sportiva italiana. Ci sono persone che stanno lì da sempre, chiuse nel loro piccolo mondo: non ascoltano e così non si va da nessuna parte. Speriamo che in federazione arrivi davvero un cambiamento”. Se dovesse scegliere una sola riforma per risollevare il calcio italiano, quale sceglierebbe? “Riformerei i settori giovanili. Non limitando il numero di stranieri, che non ha senso, ma investendo soldi ed energie, e mettendo le persone giuste nei posti giusti. Servono allenatori che vogliano insegnare, più che vincere subito. E trovarli non sarebbe difficile: abbiamo i tecnici più bravi al mondo”.

Altre cose urgenti da fare?

“Bisogna essere pronti a fare tanta fatica, ricostruendo l’edificio dalle fondamenta. Bisogna ricominciare da capo, senza scorciatoie. Ripartire dal calcio di base, dai dilettanti, dalle serie minori”. Lei ha giocato anche negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Spagna: da quale Paese dovremmo imparare il modo di gestire i vivai? “Da nessuno. Dobbiamo ritrovare la specificità italiana, che un tempo ci rendeva i più forti del mondo. Dobbiamo coinvolgere i nostri grandi campioni, come Maldini e Baggio, che per se stessi non hanno più nulla da chiedere e quindi possono dare tantissimo. Si affianchino loro dei manager competenti, ma li si coinvolga”. Lei parla spesso delle delusioni in azzurro legate agli infortuni, soprattutto per la mancata qualificazione a Euro 2012. Qual è invece il ricordo più bello con la Nazionale? “Sono tanti, e nessuno mi chiede mai di ricordarli. La mia carriera non è stata solo infortuni. Penso al debutto con la Bulgaria, il primo gol, la doppietta con gli Stati Uniti. Un’emozione enorme, perché io sono anche cittadino americano”. Si è mai chiesto cosa sarebbe successo se avesse scelto la nazionale USA? “Non ci ho mai pensato. Ho sempre tifato Italia fin da piccolissimo: all’epoca il calcio negli Usa era poca cosa, oggi è un po’ meglio, ma c’è ancora strada da fare. Quando sono arrivato al settore giovanile del Parma, e ho iniziato a giocare con le nazionali giovanili, ho capito che l’Italia era il posto giusto”. Come vede Ancelotti ct del Brasile? “È un numero uno nel creare e nel gestire un gruppo, quindi può fare grandissime cose, soprattutto in un torneo breve come il Mondiale in cui probabilmente altri suoi colleghi faticheranno. Ma non vedo il Brasile come favorito”.

Chi si aspetta come vincitore?

“Francia o Spagna, non so dire in quale ordine”. A inizio stagione lei, come molti, aveva indicato il Napoli come netta favorita: l’ha stupita l’Inter di Chivu? “Marotta è stato bravissimo a credere in lui e a puntarci. Chivu sa comportarsi, dentro e fuori dal campo. Era stato un grandissimo giocatore, ma devo dire che così forte in panchina non me lo aspettavo”. Da bambino per lei l’Italia era il Paese delle vacanze estive, in provincia di Chieti. Oggi quali sono i suoi luoghi? “Quando torno in Italia faccio sempre tappa a Firenze, la città della tripletta alla Juventus e dei miei ricordi più belli. La amo, ho casa lì. Mia moglie e mia figlia a Firenze sono felici e quest’anno ci porterò anche il piccolo, per la prima volta. Però non dimentico la mia provincia”. Proprio a Fraine lei fu notato dal Parma: il calcio italiano deve ripartire dai campi di provincia? “Certo. E non solo dai campi. Dalle piazze, dalle strade, da ovunque possa rotolare un pallone. E dall’amore per questo sport. Basta guardare cosa è successo col tennis. Più persone si avvicinano a uno sport, più è probabile che escano campioni”. Nel vostro circuito del Padel c’è qualche tennista o sono troppo forti per voi? “Troppo forti, ingiocabili, li teniamo a distanza”.