Gabriele Gravina avrà ancora la forza di difendere la sua poltrona di timoniere del calcio italiano? Chi si aspettava le sue dimissioni a caldo, insieme a quelle del ct Rino Gattuso, ha dovuto aspettare. Il presidente della Federcalcio ha già resistito a un’altra esclusione, quella del 2022, e a un Europeo imbarazzante nel 2024. Due anni fa ha superato la crisi promettendo di istituire una commissione di saggi per favorire il dialogo tra i club di A e la Nazionale: non si è mai insediata.
Il futuro di Gravina: chi può farlo dimettere
Chi voleva affilare le armi contro il vertice della Federcalcio ha iniziato a lavorare ben prima del gol di Tabakovic che ha segnato l’inizio della fine per gli azzurri a Zenica. Tornando in Italia, il presidente troverà una fronda armata e pronta a fargli pagare il prezzo di anni non esattamente riformisti. Nel 2024 aveva dichiarato guerra al governo e al ministro Abodi che gli avevano sfilato i controlli sui conti del calcio. Il suo larghissimo consenso nel mondo del pallone (a febbraio 2025 è stato rieletto con il 98,7%) lo aveva di fatto reso intoccabile. Ma il tempo e i risultati stanno erodendo l’appoggio su cui contava e le pressioni – soprattutto quelle esterne – si fanno sempre più forti.
Commissariare la Federcalcio: cosa serve
Commissariare la Federcalcio per una sconfitta sportiva non è un’ipotesi sul tavolo solo perché le regole non lo permettono. Il Coni può togliere il potere ai dirigenti solo per gravi irregolarità nella gestione o gravi violazioni nell’ordinamento sportivo, oppure nel caso in cui non sia garantito il regolare svolgimento dei campionati, o infine in caso di constatata impossibilità di funzionamento degli organi direttivi. E qui si innesta la chiave dell’intera vicenda. Perché se c’è una strada che i nemici di Gravina possono battere è quella politica: far cadere il suo consiglio federale. Ma come? Magari soffiando sulle ambizioni di chi, come il presidente della Lega Pro Matteo Marani, scelto proprio da Gravina, spera prima o poi di poter entrare in corsa per la poltrona più nobile del calcio italiano. O sulle ruggini che si annidano nei rapporti, anche i più insospettabili. I modi di Gravina non piacciono da tempo: in particolare, portare in consiglio decisioni già prese perché i consiglieri le approvino, quasi senza discussione – ultimo caso la cessione dei diritti delle figurine dal 2035 all’americana Fanatics, anziché all’italianissima e storica Panini. Persino con Beppe Marotta i rapporti, sempre ottimi, sembrano ultimamente irrigiditi, anche se nessuno lo conferma ufficialmente. Certo non è un sostenitore di Gravina il ministro Andrea Abodi, né il presidente di Sport e Salute Marco Mezzaroma, a cui tolse – per il conflitto di interessi di Claudio Lotito – il controllo della Salernitana quando fu promossa in serie A. E lo stesso Lotito è il più grande rivale del numero uno della Figc, che all’idea di detronizzarlo non rinuncerà mai davvero.
De Laurentiis lancia Malagò
Il vero problema è: chi può ambire al dopo Gravina? Aurelio De Laurentiis ha rilanciato la candidatura di Giovanni Malagò. Quand’era presidente del Coni, e commissariò la Federcalcio, Malagò tenne per sé il ruolo di commissario della Lega di A. Oggi, esaurita l’esperienza di Milano Cortina, il suo nome torna di moda. Come candidato della Serie A, se si andrà al voto anticipato (al momento le elezioni dovrebbero tenersi nel 2029), o come commissario, se la Figc dovesse finire in uno stallo politico. Fin qui, la forza che ha salvato il presidente in bilico è che non c’erano alternative. E Gravina infatti da settimane, anche di fronte alle provocazioni, si è arroccato: non ha alcuna intenzione di dimettersi né esiste nello statuto il voto di sfiducia (i consiglieri possono però dimettersi in blocco o paralizzare l’attività). Anzi solo dieci giorni fa ha lanciato il suo progetto per il rilancio dei settori giovanili, affidato allo stesso dirigente – Maurizio Viscidi – che coordina le giovanili azzurre quasi ininterrottamente da dieci anni. Messo alle strette, il numero 1 della Federcalcio potrebbe anche pensare a una mossa da Gattopardo: lasciare, per poi diventare il kingmaker del suo erede. E che erede: quel Giancarlo Abete che ha in mano la Lega Dilettanti, il bacino più grande di voti in assemblea. E che si dimise, lui sì, dalla Figc nel 2014 dopo l’eliminazione al primo turno di un Mondiale. Da allora l’Italia non ci è più tornata.
