C’è chi si adatta e chi si lamenta. È l’ultima grande dicotomia dello sport contemporaneo, probabilmente la più grossa –una volta chiusa la partita tra il rovescio a una mano o a due. Chi si lamenta, trova che si gioca troppo, che le scarpe hanno falsato le maratone, che gli algoritmi hanno viziato il mercato. Chi si adatta, in genere vince. Pep Guardiola, per esempio. Non c’era nulla di più distante dalle sue teorie del gegenpressing di Klopp. Ne ha preso un pezzo e l’ha trapiantato nel suo gioco. Poi ha preso con Haaland un centravanti che non è lo spazio e ha voluto Donnarumma che non è un regista tra i pali. Tutto per andare dietro all’evoluzione del gioco, quando il gioco si stava discostando da lui. Ora ha mosso un altro passo verso il darwinismo. Mentre altri colleghi come Arne Slot si scagliano contro il calcio sporco dei calci piazzati, lui lo analizza come uno sviluppo naturale, paragonandolo addirittura alla rivoluzione del tiro da tre nel basket (di cui ovviamente si lamenta chi tira peggio). D’altra parte è il destino degli oggetti e delle idee che arrivano a scardinare le nostre abitudini. Se non sono appartenuti ai nostri vent’anni, sono una cosa tra la barbarie e l’eresia. Quando venne inventato il carillon, i contemporanei lo descrissero come un congegno diabolico che azzerava il fascino delle esecuzioni dal vivo. Era la macchina che avrebbe rubato la musica dalle mani dell’uomo. Il carillon. Per non finire come gli attori del cinema muto all’arrivo del sonoro, Guardiola tiene sempre lo sguardo all’orizzonte per capire cosa sta arrivando. Dinanzi al 41% di gol dell’Arsenal su palla inattiva contro il modesto 16% del suo City, anziché strapparsi le vesti contro i tempi moderni, ha preso atto di una mutazione – e se non è una mutazione si tratta almeno di una tendenza. Con la sua analogia, accetta che Il calcio moderno sta diventando basket con i piedi: blocchi, rotazioni, occupazione degli angoli. Il calcio si sta trasformando da sport di movimento in sport di situazioni, dove il posizionamento pesa quanto il talento. Pep ha ricordato con ironia che da ragazzo in Spagna prendevano in giro gli inglesi, perché celebravano un calcio d’angolo come fosse un gol. Ci siamo. È un cerchio che si chiude. La costruzione dal basso o dall’alto contro una difesa schierata – il marchio di fabbrica di Pep – sta diventando un atteggiamento più dispendioso che risolutivo. Meglio imparare a battere gli angoli e portare un blocco sul portiere, come fanno agli altri, anziché guardare gli arbitri e protestare perché non hanno fischiato. La sua è una sorta di resa filosofica e intellettuale. Ma non adattarsi significa perdere. È questa la vera differenza tra un esteta e uno spietato.