Una classe dirigente incollata alla poltrona ha condannato la sua squadra di calcio a un’altra estate sul divano. All’alba del primo aprile, giornata di scherzi, correvano voci assurde intorno alla Nazionale: che Curaçao fosse qualificata ai Mondiali e l’Italia no, che il gladiatore Russell Crowe avesse twittato in italiano il suo cordoglio a una popolazione incapace di scatenare l’inferno, e soprattutto che il presidente della Federcalcio non si fosse ancora dimesso, anzi avesse chiesto al ct di restare e definito “eroici” i giocatori presi a pallate dalla Bosnia. Una inconsapevole, tragicomica citazione del titolo con cui il Corriere dello Sport celebrò i ragazzi dell’82: eroici, loro sì. Il giorno delle dimissioni Era tutto vero, invece. Le dimissioni di Gabriele Gravina e forse del malcapitato Rino Gattuso arriveranno oggi, alla buonora, ma serviranno a dare un paio di teste in pasto a un sistema incapace di autocritica, in grado di cambiare davvero solo con un commissario che tuttavia non è all’orizzonte. L’apparato che ora si smarca dal presidente lo ha rieletto tredici mesi fa con un plebiscito, perdonandogli un Mondiale saltato, un Europeo sciagurato, una gestione tecnica della Nazionale confusa e infelice, un’andatura senza sterzate. Se l’eliminazione con la Svezia fu l’Apocalisse, le due successive sono diventate una drammatica routine e trasformano in parole vuote azzeramento e rifondazione, promesse di redenzione e progetti di cambiamento. Tutto già visto, tutto inascoltato. L’uscita infelicissima di Gravina Era forse impossibile rendere ancora più impopolare una Nazionale appena eliminata a Zenica. Gravina è riuscito anche in questo: la sua frase a caldo su professionisti e dilettanti ha compattato contro il calcio tutto il mondo dello sport, quello che senza avere le piste, le vasche, il ghiaccio vince alle Olimpiadi, dove i calciatori non vanno da diciotto anni. Ci sono, certo, differenze gigantesche tra le discipline e i vincoli normativi, ma il punto è un altro: tutte le federazioni in crisi sono riuscite a trovare una ricetta diversa per risorgere, crescere, tornare a vincere e appassionare. Il pallone italiano è fermo a nomi e soluzioni di un’epoca scaduta. Le notti magiche che non torneranno I Mondiali sono speciali perché scandiscono da sempre il tempo delle nostre vite. Ora, l’attesa quadriennale è diventata un buco nero di sedici anni, almeno. Non è solo un fallimento sportivo: è la distruzione di un pezzo di sogno che appartiene a tutti, il furto di notti magiche che non torneranno. Nel film Yesterday, il protagonista si risveglia in una realtà distopica da cui è sparita tutta la musica dei Beatles: prova ad appropriarsene per arricchirsi, poi capisce che non può farla franca e, soprattutto, che quel tesoro di emozioni è un patrimonio collettivo. Appartiene alla gente, e alla gente va restituito.