Non solo le “bussate” sospette sulle quali indaga la procura di Milano. A dar retta ai critici dell’operato di Gianluca Rocchi e del suo interventismo nella sala Var di Lissone, c’era una sorta di metodo che qualcuno, con velenosa ironia, definiva “Gioca Jouer”, come il famoso tormentone di Claudio Cecchetto. Una collezione di gesti e segnali per segnalare ai varisti come comportarsi nel caso, per esempio, di un rigore sospetto. E quindi se allertare l’arbitro in campo.

Messaggi in codice, come a briscola. Un vocabolario muto. Il gesto della mano alzata? Significava «non intervenire». Il pugno chiuso? «Intervieni». Se sono esagerazioni (o denigrazioni) frutto delle faide interne al mondo dei fischietti, oppure tasselli che sostanziano le accuse, lo si capirà quando i pm scopriranno le carte.

Restano intanto dei fatti, descritti in uno dei tre capi d’imputazione che riguardano Rocchi. Come ciò che succede durante la sfida tra Udinese e Parma del 1° marzo 2025, quando Rocchi «in qualità di supervisore Var, in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita» avrebbe condizionato l’addetto Var Daniele Paterna (indagato per falsa testimonianza). Quest’ultimo, come dimostrano anche video e audio, prima pensa che non ci siano gli estremi per fischiare un penalty a favore dei friulani. Poi si gira di scatto, sul suo labiale si legge la domanda «È rigore?», e tutto cambia. Perché comunica al direttore di gara in campo, Fabio Maresca, che si tratta di un possibile tiro dal dischetto e induce il collega a rivedere l’azione al monitor. A “bussare” sarebbe stato proprio il designatore Rocchi. E non può farlo. I giudici della partita, in quella stanza protetta, dovrebbero essere sereni di valutare secondo il loro giudizio. Dal 2021 la Sala Var è a Lissone, 46 mila abitanti in Brianza, dove ha sede il centro di produzione delle immagini della Lega. Il racconto del pallone per immagini parte tutto da qui. Il centro era stato creato proprio per garantire autonomia e trasparenza, immagini rapide, stanze isolate per gli arbitri. Molto meglio di altre sperimentazioni: il Var in Italia era partito dentro dei furgoncini parcheggiati fuori dagli stadi. Lissone doveva tenere gli arbitri al riparo da condizionamenti esterni. Siamo arrivati invece al paradosso: dal progresso che doveva garantire trasparenza a una sorta di “governo ombra”, una stanza dove si decide se un fallo è da rigore e una scivolata da rosso per tutte le partite, con il designatore che bussa e influenza il giudizio. Il “Gioca Jouer”. Magari in buona fede, per garantire uniformità di giudizio. Secondo i pm, superando però il confine dell’ingerenza e della «frode sportiva».

La procura avrebbe acquisito gli ultimi due anni di audio e i video della control room del calcio italiano. «Le “bussate” in sala Var? Nell’ambiente se ne parlava e si sapeva che il protocollo non lo permetteva», dice all’Agi Daniele Minelli, ex arbitro, che nel luglio del 2025 si è ritirato perché deluso dall’ambiente. Racconta un altro paradosso: «Da quando a Rocchi e i suoi vice non si sono più presentati a Lissone perché la federazione ha imposto la presenza della procura federale all’interno della Sala Var dopo la denuncia di Rocca, gli errori degli arbitri si sono moltiplicati in modo devastante».