Quaranta anni fa quella nube avvolse anche lo sport. E viaggiò con il vento e con la pioggia. Volò verso la Bielorussia e Kiev. Come cantava Bob Dylan: A Hard Rain’s a-Gonna Fall. Era il 26 aprile 1986. Elena Sharapova viveva a Gomel, stava tentando di restare incinta, seppe della nube e scappò a Nyagan, in Siberia, dove l’anno dopo partorì Maria. Poi la famiglia si trasferì a Sochi, sul Mar Nero, e divenne amica di Alexander Kafelnikov, padre di Yevgeny, che regalò alla piccola Maria la prima racchetta da tennis. Yevgeny nel ’96 sarebbe diventato il primo russo ad aggiudicarsi un torneo del Grande Slam mentre Maria Sharapova di titoli ne avrebbe vinti cinque e per undici stagioni sarebbe stata la tennista più pagata al mondo. Sempre la stessa nube cambiò il destino di un futuro Pallone d’oro (2004). Andriy Shevchenko, calciatore della Dinamo Kiev, aveva dieci anni quando gli dissero che doveva lasciare casa. «Le scuole chiusero immediatamente, arrivarono autobus da tutta l’Urss, pieni di giovani dai 6 ai 15 anni, e ci portarono via. Mi ritrovai solo sulla costa del Mar Nero, a 1.500 km da casa e non riuscivo a capire perché mi testassero per la radioattività i vestiti e i palloni». La squadra della centrale elettrica Jean-Christophe Collin con un bel reportage per il magazine L’Équipe è andato a cercare i testimoni sportivi di quelle ore tragiche. Oleksandr Vyshnevskyi era il portiere della squadra di calcio della centrale elettrica di Chernobyl. «Il 25 aprile ’86 abbiamo fatto un allenamento leggero perché due giorni dopo dovevamo giocare la semifinale del campionato regionale contro il Borodyanka». Chi era come lui impiegato alla centrale viveva a Pripyat, «un piccolo paradiso sovietico» distante solo 7 chilometri, con quasi 49.000 abitanti. Non mancava mai niente a Pripyat, c’era anche un fiume dove la gente andava a pescare, le autorità avevano persino piantato una rosa per ogni abitante. Il 25 aprile i dirigenti della centrale programmano un test nel reattore numero 4, si tratta di simulare un’interruzione di corrente per osservare se il reattore poteva continuare a essere raffreddato dall’energia rilasciata dall’inerzia delle turbine. Dopo 1 ora, 22 minuti e 30 secondi un tecnico nota che il nucleo si sta riscaldando e che il reattore da 1.200 tonnellate è diventato incontrollabile. A 1 ora 23 minuti e 44 secondi il reattore esplode. La lastra che lo copriva salta come un tappo di champagne e libera cinquanta tonnellate di combustibile, dieci volte il rilascio radioattivo della bomba sganciata su Hiroshima. Il bagliore nuclerare di Pripyat I cittadini di Pripyat corrono ai balconi ad ammirare lo spettacolo: il fuoco nucleare emana un bagliore magnifico. Nikolai Syomin era chimico: «La mattina quando ci siamo svegliati faceva molto caldo, come a metà agosto, siamo usciti a fare una passeggiata, i bambini giocavano nei parchi, vivevo di fronte al municipio, ho visto che la strada era allagata, mi è sembrato strano. Nel nostro palazzo l’unico che avesse il telefono era un tipo al quinto piano, sono andato da lui e ho chiamato la centrale elettrica. Ha risposto un collega e gli ho chiesto: che succede? È stato sbrigativo: non ho il diritto di dirtelo». Anche Victor Ponomaryov, capitano della squadra di calcio, telefona. Gli rispondono: «È un disastro, il reattore è esploso come un bollitore sul fuoco. Dobbiamo andarcene». Quell’autobus che non arrivava mai Ma a Pripyat la vita continua a scorrere normale, la città è all’oscuro dell’incidente, i vertici politici tacciono, pensano sia meglio non causare panico. All’alba l’esercito chiude le periferie. Se ne accorge Oleksandr, portiere del Fc Stroitel: «Ero andato a trovare mia madre che viveva a 15 km da Pripyat, ma l’autobus per tornare a casa non arrivava mai. Sospettavo fosse successo qualcosa, così mi sono incamminato e ho visto che c’erano dei posti di blocco militari». La squadra del Borodyanka viene avvertita che la semifinale del campionato regionale sarà posticipata. Verso le 13 un gruppo di specialisti vola con un elicottero sopra l’impianto: il reattore numero 4 sta versando biossido di uranio, iodio-131, stronzio-90, cesio-137, nettunio-139, plutonio-239 nell’atmosfera. In dieci giorni verranno rilasciati 12 miliardi di Becquerel (Bq), cioè 30.000 volte la quantità totale di emissioni radioattive diffuse all’anno nel mondo. Da una parte l’inferno nucleare, dall’altra la normalità dello sport.
Gli 82.000 di Dinamo Kiev-Spartak Mosca
A 130 km di distanza si gioca: allo stadio di Kiev ci sono 82.000 persone per la partita della Dinamo contro lo Spartak Mosca mentre a Pripyat viene dato l’ordine di evacuazione. Sono passate 37 ore dall’esplosione. Il 27 aprile arrivano più di mille autobus per trasferire i 49.000 abitanti, ma non i loro animali domestici. Per eliminare cani e gatti e il rischio della contaminazione viene inviata una brigata speciale. All’alba del 28 sulla città scende il silenzio. A dare l’allarme al mondo quella mattina è Clifford Robinson, ingegnere chimico della centrale nucleare svedese di Forsmark, a 1.100 km da Chernobyl. Va al lavoro e quando passa il controllo delle radiazioni suona l’allarme. Strano, arriva da casa. Anche per gli altri si attiva la sirena. Procede con le ispezioni, analizza la scarpa di un operaio che mostra livelli estremi di radiazioni. La contaminazione non proviene dalla centrale svedese, ma dall’atmosfera. Le nuvole tossiche sono arrivate in Scandinavia. La popolazione sovietica all’oscuro di tutto Così l’opinione pubblica viene a sapere dell’incidente nucleare di Chernobyl, ma non la popolazione sovietica. Alena Popchanka ha sei anni all’epoca. È una promessa del nuoto, del club bielorusso di Gomel. Ricorda: «C’era un odore forte di iodio. Iniziarono a circolare voci. Si diceva che ai bambini bisognasse dare il latte con lo iodio. Mia madre non aveva pillole, quindi a me e a mio fratello dava da mangiare caviale rosso e uova di salmone ogni giorno. Non ne potevamo più, l’abbiamo buttato via di nascosto». Dopo alcuni giorni la madre di Alena mette figlio e figlia in macchina e fugge in Siberia. Come Elena Sharapova, madre di Maria. Questo permette a Popchanka di crescere lontano dal pericolo e di diventare campionessa mondiale dei 200 metri stile libero nel 2003. «Ma quando andavo a gareggiare in altre città le mie avversarie mi chiedevano se brillassi di notte». La discobola Elina Zverava invece non lascia la Bielorussia. Nel 2000 a Sydney vince il titolo olimpico. Ora ha una cicatrice sulla gola. «Ho subito un intervento alla tiroide a causa delle contaminazioni». Nessun atleta viene avvisato dei pericoli del fall-out radioattivo. «Avevo 26 anni, ho scoperto del disastro due settimane dopo. Nel frattempo ho camminato nella foresta, mangiato i prodotti dell’orto anche se aveva piovuto. Nella nostra squadra di atletica molti di noi ne hanno subito le conseguenze. I tumori infantili alla tiroide si sono moltiplicati». La vittoria del colonnello Lobanovski Il 2 maggio a Lione la Dinamo Kiev del colonnello Valerij Lobanovski vince la Coppa delle Coppe contro l’Atletico Madrid. Alla tv dell’aeroporto i giocatori vedono immagini del loro Paese, ma non capiscono, né riescono a mettersi in comunicazione con le famiglie. Lobanovski dice: «C’è stato un incidente, dobbiamo impegnarci per la nostra gente». Il giorno dopo L’Équipe non scrive una parola su Chernobyl e titola la prima pagina: Kiev grande in Europa. Vi chiederete se hanno mai più giocato la semifinale regionale Pripyat-Borodyanka. Quella rinviata. Sì, trent’anni dopo, nel 2016. I sopravvissuti a quel giorno. Avevano tutti i capelli bianchi. L’ha vinta il Borodyanka ai rigori. Ma non era più così importante. Tutti invece si chiedevano che fine avessero fatto le rose.
