Il lunedì dei retropensieri riporta Aurelio De Laurentiis sul ponte di comando. È stato un giorno da presidente, come preferisce lui, quando si libera di tutto ciò che odia. Formalismi e ipocrisia. Con la cortesia delle notti di Capri ha spinto Antonio Conte verso il suo destino. Un saluto senza arrivederci. Lo rasserena poi il brutale esonero di Max Allegri. Può non assumerlo, nonostante il preliminare di contratto già siglato. Sa che è bravo, che ha il profilo giusto per questo Napoli ancora scosso, per ora deve fermarsi su quelle due parole. Milan l’ha bollato: “Inequivocabile fallimento”. Il Milan di oggi è questo. Come passa il tempo. Il 18 luglio 1986 Silvio Berlusconi scende dal all’Arena Civica di Milano a bordo di un elicottero sulle note della “Cavalcata delle Valchirie” di Wagner, spettacolare arrivo da presidente davanti a oltre 10 mila tifosi, operazione di marketing senza precedenti . Si sarà di nuovo tuffato Aurelio De Laurentiis nel suo orgoglio, a capo di un club tutto suo, con conti da limare ma senza allarmanti passivi, mentre le milanesi sono nella rete di finanziarie americane. Quelle che ora puntano anche al Napoli, ma De Laurentiis le metterle a sedere in sala d’attesa. Non annuncia per ora Max Allegri, ma una riflessione è possibile. Riappare sullo schermo in replay lo sguardo sbarrato di Antonio Conte, nella sofferta ricerca di una via d’uscita. Ha letto per mesi che il Napoli non può replicare la gestione dell’ultimo biennio. Milioni in uscita circa 335. In entrata 235, acquisti 25, svendite senza fine. Un andrivieni di giocatori da porte girevoli di un grand hotel. Quelle anticipazioni, confermate l’altra sera con un fil di voce, “non siamo Barcellona né Real Madrid”, erano le nuove linee del mercato. Troppo strette per Conte, ha evitato un incontro dall’esito segnato. E cercato una exit-strategy, una più decorosa fuga rispetto alla dolciastra ovvietà neomelodica di Spaletti. “Me ne vado perché amo troppo Napoli”. Più credibile la sua, dopo la vittoria sull’Udinese e un decente secondo posto, con una squadra che con 28 giocatori, alcuni di gran livello poteva essere davanti all’Inter. Gliel’ha detto De Laurentiis. E lui glaciale: «Non sono riuscito a ricompattare l’ambiente, a Napoli remavano contro. Si vince solo se si combatte tutti insieme». Pochi credono che si rinunci ad un contratto già firmato di 8 milioni netti ed altri dieci collettivi per il team per presunti spifferi ostili. De Laurentiis ha riaperto cruente lesioni muscolari, altre due ad un passo dal sofferto addio. Ma ormai Conte era altrove. In un calcio italiano che fa ogni giorno di tutto per umiliarsi da solo, De Laurentiis si aspettava forse un colpo di teatro. Più che l’ennesima rottamazione, aspettava magari che Conte potesse uscire dal personaggio che vince solamente gestendo giocatori strapagati e di corto orizzonte. Che volesse reinventarsi. Pensate che bel gesto, ripartire insieme con Manna che sceglie giovani di talento, farli maturare, aprire il grande ciclo del buon senso. Ma no, il calcio non è ancora cinema, vende sogni scadenti ma non sa creare favole. Una c’è ed è la cifra offerta per acquistare il Napoli. Sembra più alta di quanto valga un club senza settore giovanile, costretto a fittare lo stadio 11 mesi su 12, disporne solo un giorno prima e uno dopo la partita. Più che il club il progetto Usa investe sulla città, come metropoli europea di più larghe prospettive di sviluppo. Se il Marketing dal 2021 è salito da 49 milioni a 150, se solo lo stadio ne rende 8 in concerti a giugno, se solo un contratto di esclusiva con il museo virtuale Maradona ne promette anche cento, chissà che hanno studiato gli americani che sono qui a spiare da tre mesi. Né il Comune né la sua famiglia può ascoltare oggi De Laurentiis. Sa già che pensano. E si agita da solo ma orgoglioso nel lunedì dei suoi retropensieri.
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Lo stress del presidente De Laurentiis tra le ansie di rifondare il Napoli e quel sogno americano
Antonio Corbo·

Ecco cosa sta accadendo nel club azzurro
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