Paolo Bonolis, l’ultima volta era due anni fa, il tempo è volato. “Scorre inesorabile. Ma ritrovarsi per queste occasioni non è male”. Lei è di quelli che fin da inizio stagione hanno deciso: prendetevi tutto, l’Europa, quello che volete, ma ridateci quel dannatissimo scudetto? “No. Anche perché ho creduto in Chivu, da subito”. Sicuro? “L’avevo conosciuto di persona nel lungo viaggio in macchina di ritorno da Istanbul insieme a Zanetti dopo la finale col City. Sopra tutto: una brava persona. Secondo: scegliere un giovane come lui nasceva da una scelta precisa. Uno con il suo passato, il calcio lo conosce di sicuro. E a noi serviva uno che avesse grande credibilità nel recuperare il rapporto con i giocatori. Ha funzionato, era davvero così. E non era semplice”. Perché? “Dopo Monaco, dopo le polemiche al Mondiale per Club, la squadra poteva sprofondare”. Quel Mondiale. Lautaro che attacca Chalanoglu. In effetti segnali di catastrofe. “E invece Chivu si mette al lavoro e ricompone. Soprattutto con quei due: ma lei immagina due tipi umani più diversi? E però se non ci si metteva all’opera su quello, niente sarebbe servito. Chivu l’ha fatto, vincendo la sfida. E non solo ha convinto loro due, ma anche tutti gli altri: se alla fine si forma una vera mente alveare è merito tuo che hai saputo usare la tua credibilità con tutti quanti”.

Ecco, la mente alveare un po’ sfuggiva. Come nella serie tv Pluribus. Ma tornando al punto?

“Tornando al punto: ci tenevo sì ad andare avanti in Europa, poi arriva il calo a metà stagione, vai in Norvegia, prendi un gol assurdo, si fa male Lautaro. Il momento in cui gira tutto storto, normalmente lo paghi. E non dimentico che senza un rigore assurdo col Liverpool si andava oltre senza problemi”. A quel punto, scudetto o fine dei giochi. “Chivu mi sembra uno che interpreta uno schema che funzionava fino a non molto tempo fa: prendere il calcio e forse anche la vita rispettandone la natura, i cicli, senza abbattersi o esaltarsi troppo, mai. Oggi, in questo bellissimo mondo social, o è trionfo o è tragedia. Vale anche per tutto quello che si dice sul calcio italiano”. Davvero? “Il catastrofismo non aiuta nessuno. Se Kean segna il due a zero con la Bosnia si va ai Mondiali, la Federazione è bellissima e magari si scopre che i ragazzini sono tornati a giocare a pallone in strada. Suvvia, diamoci una calmata tutti”.

L’Inter ha un enorme problema Bastoni?

“Il problema è stato creato dal mondo esterno. Dalla bestialità dell’accanimento che si è scatenato su un ragazzo che ha sbagliato una cosa che, prima o poi, sbagliano tutti. Se fosse successo a un giocatore di un’altra squadra magari lo avrei demolito di sarcasmo e sfottò: ma l’odio puro che si è riversato su di lui non sta né in cielo né in terra. Fino ad arrivare alla sensazione precisa che, se lui è d’accordo, probabilmente è meglio cederlo. Farebbe tutti contenti. Ma insisto, è una storia assurda”.

A proposito di scatenarsi. C’è in giro un sacco di gente che si priverebbe di quanto ha di più prezioso, fisicamente parlando, pur di godersi un’altra Calciopoli, ma all’incontrario. “Quando non si vince, la tentazione del muoia Sansone coi filistei diventa irresistibile. Ci puntano in molti, certi media hanno bisogno di avvelenatori di pozzi, questi ultimi ci sguazzano. A me spiace, per loro. È chiaro che vivono male, dev’essere una vitaccia, guardi”. Da qui a essere sicuri che non ci fosse nulla di strano, però… “Sto a quello che si sa finora. Una faida nell’ambiente degli arbitri. Succede ovunque, nei ministeri, nelle grandi aziende, ovunque. E cosa viene fuori? Che siamo la squadra più imbelle del mondo, diciamo così: ci sceglievamo gli arbitri che poi ci davano contro. È un po’ come… (qui segue metafora irripetibile, ndr)”. E dire che molti interisti avrebbero invece da ridire sul campionato scorso. “Ma quello è naturale, lo perdi di un punto, lì viene spontaneo finire dentro le illazioni, magari proprio a livello di sfottò. Quando il campionato lo vinci di 10 punti, il mondo esterno invece si rilassa, un po’”. E questo scudetto che sapore ha? “Riconosco i guai del Napoli, con tutti gli infortuni. E la buona partenza del Milan, che però ha goduto di molti episodi fortunati: quando è così non dura mai a lungo. E la Juve in attacco non andava proprio. Sarebbe stato un peccato non approfittarne”. E però gli scontri diretti… “Quello denota la nostra indole di squadra generosa. Abbiamo la cesta con le caramelle, ne abbiamo lasciata qualcuna anche agli altri”. E la Champions dell’anno prossimo? Ci si prova? Si uscirà mai dalla sindrome di Monaco? “Monaco non esiste, non è mai esistita. È qualcosa successo in un dimensione quantica, in un mondo parallelo. La consistenza europea era quella di una squadra che aveva eliminato in sequenza Bayern e Barcellona. Poi un raggio laser ci ha portato in un altrove che non riconosco”.