A tarda sera del sabato si fa la storia del calcio parlato e delle interviste dopogara. Tutto gira intorno all’espressione «faccia di cz.» pronunciata per intero e senza alcuna remora da Luciano Spalletti e riferita a Dusan Vlahovic. Ma era in senso positivo. La frase: «Serve la sua forza impattante dal punto di vista fisico, di cattiveria, di faccia di cz. vera».

Siccome non sarebbe stato bello lasciare a Federica Zille la gestione della situazione, è intervenuto prontamente dallo studio Marco Russo. La domanda era liftata ma dotata di senso: «Mister, ma questo vuol dire che la Juventus ha bisogno di altre facce come le ha dette lei?».

A quel punto Spalletti era nel suo (e non «nell’angusto» come usa dire da qualche settimana il tecnico, riferendosi alle fasi di gioco complicate). Ed è partito il volo che declassava Pindaro a semplice pedone: «E sì, e poi si va. Siamo sempre a fare queste cose con questa leggerezza, dove ci riesce il fioretto, dove ci viene fuori questa stellina lucente nella giocata: ‘Guarda che bella giocata, che stella che ha tirato fuori’, che fioretto. Sì, ho capito, però c’è l’impatto fisico e alla fine deve venir fuori ugualmente il ricciolo del fabbro. Non dev’essere l’architetto e basta».

Il ricciolo del fabbro apre di diritto una nuova era nella descrizione delle finalità del calcio giocato. Con pazienza e un po’ di Google si riesce ad afferrare il concetto e capirne il senso – e nelle immagini web si scoprono poi bellissimi esemplari di ricciolo del fabbro.

L’espressione spallettiana ha posto qualche problema ai commentatori più tradizionali. Su alcune prime pagine si è letto “faccia cattiva”. Va anche segnalato che poi Spalletti è andato ai microfoni Rai e, sentendosi più coinvolto nel clima da servizio pubblico ha ripetuto il concetto e Vlahovic è diventato così «uno con la faccia tosta».

Non ha avuto grande risonanza una dichiarazione del presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, nella sua recente relazione alla Commissione Cultura della Camera sulla situazione del calcio italiano. Parlando delle squadre giovanili, Simonelli ha spiegato: «Gli allenatori vogliono vincere e prendono giocatori fisicamente più forti. Se prendo un 14enne calabrese e un 14enne del Ghana, è abbastanza intuibile che un 14enne ghanese sia più prestante».

La frase si è un po’ perduta dentro la lunga relazione. In Calabria ci stanno pensando su parecchio. E più che altro si spera che il concetto non nasca da un retaggio di luoghi comuni superati da tempo.