A meno dei fatidici 100 giorni dal fischio d’inizio della Coppa del mondo di calcio la situazione è inedita e merita un riassunto per punti chiave. Una delle nazioni qualificate (l’Iran) è a un passo dal ritiro perché è stata bombardata dal Paese organizzatore (gli Stati Uniti). Già in precedenza ai suoi cittadini era stata negata la possibilità di entrare in territorio americano, per tifare o altro. Questo divieto era stato esteso (anche ad Haiti, per esempio) e viene continuamente allargato (Senegal e Costa d’Avorio nel mirino) per volontà del presidente degli Usa che potrebbe, per mantenere fede alla promessa di ritorsioni, bloccare anche gli spagnoli, se non escludere la squadra campione della pusillanime Europa. Il capo della federazione internazionale del calcio, va ricordato, gli ha assegnato un trofeo senza precedenti per aver promosso la pace: diceva di aver fermato X guerre, taceva che ne avrebbe iniziate X+1. Se l’Iran si ritira chi subentra? Al posto dell’Iran non si sa chi, con quali credenziali, subentrerebbe. L’unica volta in cui c’è stato un ritiro (più d’uno in realtà) fu nel 1950, prima competizione post-bellica, e gli assenti non sono stati sostituiti. Si presentarono in 13, ma allora si giocava in 16, adesso siamo a 48, poi 64, infine si compirà il miracolo, aggiungendo posti a tavola, moltiplicando pani, pesci, voti e inviti, sarà come l’Olimpiade: potranno partecipare tutti. Purché abbiano fatto i bravi, secondo criteri non sanciti dal diritto internazionale, ma dalla discrezionalità dei forti. È o non è una festa planetaria? Rileggere prima di rispondere. L’Italia non è ancora in elenco, deve prima spezzare le reni a qualche britannico, o bosniaco. Ha un piede dentro e uno fuori, non si sa se partecipa oppure no, vorrebbe ma ancora non può, potrebbe ma qualcuno non vuole. L’Italia non è ancora in elenco Boicottaggio? Non scherziamo, con la fame atavica che abbiamo, i bambini infelici che non hanno mai visto maglie azzurre in mondovisione, i diritti televisivi acquistati al buio e il ct che è “entrato nella testa dei giocatori” ma ancora non sappiamo se abbia trovato l’uscita. Non si protesta. Si gioca. A pallone e alla guerra, anche in contemporanea, mancasse la resa incondizionata nei tempi previsti o se nel frattempo non fosse consegnata la Groenlandia e chissà che altro. Il Paraguay, quello no: deve accompagnare al debutto la nazionale statunitense, il 13 giugno, in uno stadio di Los Angeles, ci sono ancora molti biglietti invenduti, al prezzo popolare di 2735 dollari. Va così. È la Coppa del mondo, è la colpa del mondo, di chi l’organizza e ridisegna.