Una solo festeggia, la storia si fa da soli, in finale non c’è spazio per tutte e due. Per l’altra ci sono solo lacrime. Amare. E la felicità l’ha trovata l’Arsenal di Calafiori, unico italiano che potrà giocare la finale di Champions. E meritatamente piange di gioia, i Gunners possono giocare la seconda finale della loro storia dopo quella del 2006 persa con il Barcellona a Parigi. E lui ci sarà. L’Atletico deve arrendersi, non era il suo giorno, non lo ha cercato e non se l’è meritato. La partita Arteta esulta dopo il gol di Saka all’ultimo minuto del primo tempo che vale la finale di Budapest e soffre per un altro tempo in una una partita non bella, non ricca di emozioni, non spettacolare, ma intensa tra due squadre che si sono affrontate mettendo in campo il loro modo di essere: la filosofia difensiva di Simeone contro il possesso palla ragionato di Arteta. Gioco dunque sono (così).

E così l’Arsenal è la migliore tra le due piccole: dall’altra parte ci sono colossi come Psg e Bayern che dopo i fuochi d’artificio dell’andata, lo scintillante 5-4 di Parigi, hanno fatto storia e aperto dibattito e stasera promettono altro spettacolo. Che non c’è stato all’Emirates, ma lo spettacolo non conta, quando in palio c’è così tanto: Arteta che, in fretta, in troppi avevano bollato come eterno secondo può ancora vincere il campionato, e - per carità di fronte si troverà una montagna troppa grande scalare – ma ora è una partita dalla Champions. La partita è andata come si poteva immaginare, la semifinale degli equilibri tattici: l’Atletico con il blocco basso, l’Arsenal (altra squadre che rischia poco, ha la miglior difesa di Premier League e Champions con appena 6 gol subiti ) che controlla il gioco attraverso il possesso palla.

Per rompere questo equilibrio c’è stato bisogno dell’episodio, una giocata in verticale, quel movimento di Gyokeres che si è preso la profondità e ha creato l’occasione per Saka. Giustificando il maggior possesso palla, il numero di tiri in porta e tentativi (velleitari) della squadra di Arteta. Il gol cambia la fisionomia della partita, si inverte la tendenza con l’Atletico deve rischiare di più, Simeone deve togliere quel fantasma di Lookman (lontano parente del giocatore che abbiamo ammirato all’Atalanta ma anche con Sorloth non aumenta la produzione offensiva della squadra del Cholo, e il liscio del norvegese a quattro minuti dalla fine racconta la serata storta degli spagnoli) mentre l’Arsenal può giocare in contropiede. E arrivano così le occasioni clamorose (con proteste) di Giuliano Simeone salvata da Gabriel e di Griezmann per l’Atletico, quella di Gyokeres che tutto solo si divora il raddoppio davanti a Oblak. L’Arsenal ha fatto un pezzo di storia, servirà altro a Budapest il 30 maggio, ma i miracoli a volte accadono.