Nell’estate 2024, al rientro dall’Europeo, rifiutò la Juventus e scelse l’Arsenal. Una scelta irrituale, guidata dal procuratore Alessandro Lucci, per un giocatore ancora in rampa di lancio, cresciuto nella Roma, poi sballottato fra Genoa, Basilea e Bologna. Dopo quasi due anni, Riccardo Calafiori racconta ai giornalisti italiani le emozioni della Premier League vinta e della finale di Champions League contro il Psg in arrivo. «Vincere la Premier era uno dei miei sogni da bambino. Ed è stato incredibile, per come è andata la stagione. Il momento più bello è stato il fischio finale della partita fra Bournemouth e City. Siamo esplosi tutti: staff, calciatori. Eravamo insieme a gufare. Ci siamo sentiti più leggeri. Il titolo mancava da 22 anni. Girando per la città, ho capito quanto fosse importante per i tifosi e per la gente».
Fra gli italiani vincitori della Premier League, è quello che ha giocato più minuti, superando Balotelli. Cosa ha significato per lei avere questa fiducia? «A inizio stagione, parlando con Arteta, ho capito quanto credesse in me. Non era scontato, neanche me lo aspettavo. Sono venuto qui per uscire dalla comfort zone. L’adattamento non è stato facile, è un campionato complicato. Ma lo consiglierei a molti giovani e ragazzi italiani».
La più grande differenza fra serie A e Premier League?
«In Italia è impensabile che venga dato tempo a un allenatore che non vince subito. Se all’Arsenal c’è una bellissima alchimia è merito di Arteta, ma anche del club che ha saputo aspettare (il tecnico spagnolo è ai Gunners da fine 2019, ndr). Vale anche per me, non avevo mai giocato due stagioni in un club». Perché il calcio inglese è così superiore a livello fisico e di intensità rispetto all’Italia? «Quando sono arrivato, ero un po’ sulle gambe e mi sono detto: “Qui non giocherò mai”. La differenza è nello sviluppo della settimana e nei carichi di lavoro. Qui si giocano sessanta partite l’anno, quindi l’allenamento è incentrato sul recupero. L’idea è arrivare sempre al meglio alla partita. È un fatto di mentalità».
Nella finale di sabato a Budapest sarà l’unico italiano. «Avrò l’occasione di portare in alto la nostra bandiera e provare a vincere il trofeo, nell’anno in cui non ci siamo qualificati ai Mondiali. Le finali di Champions le giocavo alla Playstation con il mio migliore amico, Nicolò Cesaroni, che sarà allo stadio a vedermi». Sente già la tensione? «Per ora la vivo con molta serenità. Poi vedremo quando salirò sull’aereo. Opportunità simili possono capitare una sola volta nella vita, vanno sfruttate».
Il Psg crea e innova. Voi siete bravissimi nei calci piazzati. Come state preparando la finale?
«È un processo cominciato prima del ritiro, settimana dopo settimana. E se stiamo preparando qualcosa di speciale, non si può dire. In una gara secca tutto è possibile. Loro hanno vinto la coppa lo scorso anno, forse avremo più voglia di loro». Guarderà i Mondiali? «Non penso, sarebbe troppo doloroso. La mancata qualificazione è stata difficile da affrontare. Giocare così spesso con l’Arsenal mi ha aiutato a non pensarci troppo, ma all’inizio è stato complicato».
Cosa non ha funzionato contro la Bosnia?
«Per come era cominciata, potevamo ben sperare. Siamo andati in vantaggio su un campo difficile, la squadra mi piaceva, poi abbiamo preso gol all’ottantesimo. Forse è l’unica partita che non ho rivisto. Era da vincere e basta. Spero che quell’esperienza possa aiutarci, anche se non so ancora come». Cosa pensa di Gattuso prossimo allenatore della Lazio? «Da romanista, mi spiace per dove è andato ad allenare, ma sono contento per lui. È stato la prima persona che ho sentito la mattina dopo avere vinto la Premier. Mi è stato vicino in un momento difficile, gli sono grato».
Nella prossima Champions ci sarà la Roma. «Sono molto contento. Ho sentito Mancini, Cristante e Pellegrini, che mi hanno anche scritto per il compleanno. Affrontarla in Europa sarebbe speciale. Mi è già capitato con la maglia del Bologna, ma sarebbe diverso». Pensa a un ritorno in Italia? «Non adesso. Uno dei motivi per cui sono venuto a giocare in Inghilterra è che pochi italiani hanno fatto carriera qui. Ma come si sta in Italia non si sta da nessuna parte. E lì ho dei conti in sospeso». Si riferisce alla Roma? «Certo. Ero piccolo, ho giocato pochissime partite. Mi piacerebbe tornare nella mia squadra del cuore». A Trigoria si punta su Gasperini, che a Bergamo ha segnato un’era. Immagina per lui un progetto a lungo termine, alla Arteta? «Sono felice che alla Roma si dia fiducia a Gasperini. Non so se diventerà il nuovo Arsenal, ma il fatto che sia tornata in Champions, dove merita di stare, può fare solo bene alla piazza e alla società. La tiferò sempre».
