Napoli – Giura che è stato tutto molto bello, finché è durato. I soliti due anni e non un giorno di più, però, perché la scadenza dei matrimoni calcistici di Antonio Conte è quasi sempre la stessa: limitata nel tempo (24 mesi) dall’insorgere travolgente della crisi, che logora dentro il tecnico leccese e lo spinge a separarsi in maniera quasi fisiologica dal suo partner di turno. Stavolta tocca al Napoli: c’eravamo tanto amati. Già alle spalle le emozioni dello scudetto del 23 maggio scorso, della Supercoppa Italiana vinta a dicembre a Riad e della seconda qualificazione appena conquistata per la Champions, perché al cuor non si comanda e non ci sono obiettivi raggiunti che tengano.

De Laurentiis sa e lavora sul ritorno di Sarri

«Aurelio De Laurentiis sa già». Eppure il contratto triennale fra i due firmato fino al 30 giugno 2027 era stato un segnale di buona volontà, foriero dell’intenzione iniziale di entrambi di dare al loro legame le sembianze di un ciclo. Never ending story? Macché. Domenica dopo l’ultima al Maradona contro l’Udinese caleranno i titoli di coda pure sulla panchina azzurra, con il presidente che sta lavorando all’amarcord del ritorno a Fuorigrotta di una vecchia fiamma: Maurizio Sarri. I tifosi lo ricordano come il Comandante dei 91 punti, del bel gioco e del trionfo sfiorato nel 2018: chiodo scaccia chiodo. Ma prima deve compiersi il passaggio dal pragmatismo all’estetica, dal dogma del risultato allo show. Le sofferenze saranno di meno, chissà se anche i successi.

Le aspettative cambiate nella piazza Napoli

Importare a Napoli la cultura della vittoria era la sfida di Conte, che si è scontrata però con una realtà centrifugata dalle montagne russe delle due precedenti stagioni: lo scudetto conquistato nel 2023 (dopo 33 anni) e il decimo posto del torneo successivo. Alla Juve arrivare davanti a tutti era più ordinario e non è un caso che Antonio sia riuscito a superare le colonne d’Ercole del biennio in panchina solo a Torino. Con l’azzurro addosso l’allenatore si è scontrato invece con un ambiente incapace di calarsi in una dimensione diversa, specie dopo l’inatteso poker tricolore di 12 mesi fa, che ha fatto impennare le aspettative di una parte della tifoseria e stravolto la narrazione mediatica. Persino il secondo posto dietro l’angolo è stato etichettato come un fallimento e lo staff tecnico è stato investito da critiche su preparazione, infortuni, mercato, qualità del gioco. Nel silenzio di De Laurentiis, che ha dato così la sensazione di condividere le accuse rivolte al condottiero, non prendendo le distanze dal malumore che ha circondato la squadra. Di certo al presidente ha dato fastidio l’eliminazione prematura dalla Champions, su cui aveva però pesato l’emergenza. In casa Napoli tira aria di austerity Conte ha fatto buon viso a cattivo gioco. «Bisogna arrivare in porto». Lukaku è stato fuori per l’intera stagione, Anguissa, De Bruyne e Rrahmani per 4 mesi, Di Lorenzo e Gilmour per 3, Lobotka e McTominay per 2. Ma a turno sono finiti in infermeria quasi tutti i giocatori del Napoli, anagraficamente tra le squadre più vecchie in serie A. Un’emergenza mai vista, trasformata da giustificazione in colpa da una parte della piazza. È stato quello l’attimo in cui il pensiero del divorzio anticipato s’è fatto strada nella mente del tecnico, che ha avvisato De Laurentiis a metà aprile e rinuncerà al ricco ingaggio (7 milioni) del suo contratto, in scadenza nel 2027. Il presidente ha provato a fargli cambiare idea quasi pro forma («Se vuole la Nazionale non lo fermerò») e poi se n’è fatto una ragione, anche se aspetterà domenica per ufficializzare il divorzio dall’amico Antonio. Intanto però s’è portato avanti con Sarri, dopo aver sentito Allegri e sondato Maresca, Grosso, Palladino e Pioli. In casa azzurra tira aria di austerity, dopo il biennio “contiano”. Pensavano che fosse amore, invece era un calesse.