La faccia è il suo autoritratto, come un Van Gogh più rabbioso e tormentato (se possibile), perché in quanto a tormento anche Lautaro non scherza. Dice Dino Zoff: «Uno deve avere la faccia da giocatore». Non vale solo per i campioni. «Ci sono le facce da ciclisti e le facce da calciatori».
Lautaro non sorride mai
Lautaro Martinez, in realtà, potrebbe forse correre il Giro d’Italia con una di quelle vecchie squadre di grimpeur spagnoli o colombiani, gente di legno, intagliata con l’accetta. Non sorride mai. «Dovrei farlo di più ma non ci riesco, io non sono così» ha detto un giorno il campione dell’Inter e dell’Argentina. Anche quando ogni cosa gli va bene, lui guarda il mondo come se il mondo fosse storto, o come se lo fosse lui. Il famoso “ufficio facce” di Beppe Viola, con Lautaro avrebbe facile lettura. Non ci sono troppi segreti da decifrare, nell’oscurità così luminosa di un attaccante che gioca ogni pallone come se fosse l’ultimo e lo scaglia in porta come se fosse l’unico. Prima tirare, poi pensare: è l’antica legge dei bomber. L’importanza di Lautaro Lo scudetto di Lautaro è della maturità. Mai, da quando è all’Inter, l’argentino era stato fuori per infortunio una cinquantina di giorni di fila, mai il corpo gli aveva dato tanta noia (in questo complicato caso, il polpaccio), mai però il suo essere fondamentale si era rivelato in modo altrettanto netto. Lo dicono i numeri, una lingua che non conosce opposizioni: con Lautaro Martinez in campo, la squadra raddoppia i gol segnati e i punti conquistati. Ed è una moltiplicazione che fa tutta la differenza possibile.
"Non sorrido a comando”
Nel cuore del gioco c’è questo sudamericano rabbioso, uno di quelli che portano scritto dentro l’indicibile. Non si conoscono sue povertà assolute, come ad esempio quelle di Maradona, altro viso didascalico e solcato da ombre tracciate con l’aratro, ma è come se Lautaro dicesse — senza aprire bocca — che ha sofferto, che non gli hanno regalato niente, che lui non si è mai tirato indietro, che ha visto cose bruttissime però le ha superate con una forza che non risiede nei muscoli, non soltanto lì.
Il capitano: com’era un altro argentino nerazzurro che ha fatto la storia. Ma Zanetti, pur se acceso pure lui da fuochi non fatui, non sembrava uscito dal fango e dal buio, Lautaro sì. «Potrei sorridere di più». Ma non si sorride a comando.
Un calciatore senza limiti
Quando vinse la Coppa del mondo non era contento. Sapeva di avere disputato un torneo senza guizzi, forse senza garra. Uno come Lautaro Martinez non può essere normale, deve incidere, deve accendere: e sono incendi, non falò. Il suo Mondiale non assomigliò alla Coppa America che, viceversa, lo aveva galvanizzato: la sua vera svolta, la dimensione acquisita da un campione finalmente completo. Dopo quel trionfo, Lautaro non è più stato un calciatore con limiti apparenti. Ogni suo pallone lo si avverte come un gol possibile ancora prima che lui lo tocchi, un istante prima che lo scagli verso la porta di forza o di fino, sempre comunque di classe. Perché Lautaro Martinez è un rabdomante dell’area. Sente la polla sorgiva nelle profondità. Conosce la vena d’oro, lui che potrebbe essere stato un minatore in qualche sua vita precedente, un “garimpeiro”, uno di quelli che scavavano con le mani per estrarre dalla terra la ricchezza degli altri. Per sé stessi, solo il tormento. Con Lautaro in campo, giocano meglio tutti, anche la sua sponda Marcus Thuram che pure si sta svincolando da ogni tipo di linea ereditaria: stanco di essere solo “il figlio di suo padre”, ma anche il fratello tattico di Lautaro, il francese è l’altra affermazione di maturità in area. Ma se l’ha raggiunta, il merito è anche del compagno che non sorride mai.
Una miccia sempre sul punto di esplodere
Pure il corpo di Lautaro, così compatto e sempre sul punto di esplodere, racconta un’attitudine. Fascio di muscoli e nervi, non altissimo perché il baricentro dei fenomeni non sta quasi mai troppo lontano dall’erba: ce l’hanno insegnato Pelé e Maradona, Roberto Baggio e Messi, Del Piero e Modric. Perché la palla deve restare vicino al corpo, e il corpo non ammette dispersioni di spazi o di linee. Ed è come se Lautaro Martinez trattenesse tutto dentro sé stesso, una miccia corta sempre sul punto di produrre l’esplosione.
Il ristorante a Brera
Eppure, tutta questa lontananza (è chiaro che lui è una creatura di altri mondi) non gli ha impedito di sentirsi sempre più milanese. Integrato con la città che pure gli assomiglia assai poco, ha aperto in Brera un ristorante di successo non lontano da quello di Zanetti, una specie di staffetta tra i tavoli. Anche se, pensando a Lautaro, non viene certo da immaginare una cucina ricercata ma un asado, una di quelle clamorose e mastodontiche grigliate dove chili e chili di carne vengono gettati ad arroventarsi sul fuoco. Il maestro di cerimonia (per gli argentini, una sorta di sacro rito) si chiama asador: lo era il padre di Maradona, che si chiamava Diego come lui ma per tutti era “don Diego”, sempre al seguito della nazionale per cucinare, all’occorrenza, questo piatto celebrativo di una terra. Sangue, fuoco: può non piacere, ma di qui non si esce. E Lautaro Martinez è proprio l’asador dell’Inter, un incendio d’uomo.
