La finale sarà Inter-Lazio, ma la notizia è che non c’è il Como, la notizia è che non c’è Fabregas. È il paradosso dei giochisti: in inverno si parla soltanto di loro, tutto bene fino ad aprile, poi bisogna stringere e l’estetica va a farsi friggere. Perché c’è un gioco solo, e si chiama risultato. Il Como è stato il bisillabo più pronunciato negli ultimi mesi, più di Inter, Milan, Juve. Ha riempito gli occhi, poi ha smesso. Il suo allenatore, uno che studiava da Papa già quand’era chierichetto, ammette che c’è un problema di crescita. Crescere, però, vuol anche dire non farsi rimontare in quel modo. Contro l’Inter, tra campionato e Coppa Italia, il brillante Fabregas si è preso appena un punto, tra l’altro con uno zero a zero inerte e insapore: il colmo del Como.
I lariani del pallone sono provincia atipica, hanno denari indonesiani, tattiche catalane e intuizioni non tanto italiane. Sanno muoversi sul mercato come pochi, in prima squadra giocano solo gli stranieri ma il vivaio e l’occhio lungo sono italici eccome, però in prospettiva. Cesc Fabregas non è simpatico, ai colleghi specialmente. È litigioso e pieno di sè. Ora si è appena paragonato a Klopp, calma ragazzo. Eppure è stato il tecnico rivelazione, allena la squadra più interessante della serie A, quella che ha percorso più strada in minor tempo, quella che guardano per divertimento anche i tifosi delle altre formazioni. Poi, però, quando è ora di divertirsi davvero sono gli avversari a farlo. Il posto in Champions è quasi svanito, a questo punto l’Europa League o la Conference sembrerebbero quasi una delusione per un club che non ha mai giocato in Europa. Ingeneroso ma realistico. La bellezza dà piacere, però non sempre fa sostanza. L’Inter di Inzaghi era più bella di quella di Chivu, eppure l’anno scorso non ha vinto niente. Il calimero rumeno, invece, si è quasi preso lo scudetto e può prendersi pure la Coppa Italia, una doppietta rara. L’Inter di Mourinho arrivò in finale di Champions parcheggiando i famosi autobus davanti alla porta, ma quel trofeo poi lo portò a Milano. Ha ragione Allegri, ci sono le categorie, e questo vale per chi prima gioca e per chi prima bada al sodo. La categoria nella quale inserire Cesc Fabregas non è ancora evidente, è in via di definizione. È stato infinito e in prolungatissimo equilibrio il duello tra Palladino e Sarri nell’altra semifinale, con il Var a mettere e togliere, quasi come Palladino con la giacca. Partita piacevole e frizzante, soprattutto libera. La decidono i rigori: il marpione Sarri avrà pensato che il risultato è sempre un bellissimo gioco.
