Arrigo Sacchi è da oggi un classico di ottant’anni, uno scherzo da prete al mondo del calcio (non a caso, nato il primo aprile). È ormai un patriarca senza arca (le bestie rare non fanno mucchio), ma è anche un paradosso: l’uomo del collettivo che vinse con i fuoriclasse. Chi ne ha visto per decenni una contraddizione, sa poco di pallone.

Serve molta intensité e parecchia umilté, per dirla come Crozza che imitò l’Arrigo con affetto, per calarsi in un personaggio divisivo quant’altri mai e vincente intensamente, appunto; non tanto, ma come! Nella stessa stagione di Coppa dei Campioni, 5-0 al Real e 4-0 in finale alla Steaua. Nel primo campionato al Milan, partenza sbilenca e poi scudetto. Unico, peraltro, in carriera: gemma della corona o limite? Arrigo Sacchi è stato un rabdomante, trovando sorgenti dove altri succhiavano siccità. Ha scavato nel Klondike dei risultati per estrarre la pepita del giuoco, in clamoroso anticipo sullo stucchevole dibattito. Perché, amici, non c’è gioco senza giocatori.

Come tutti sanno, Silvio Berlusconi se ne innamorò dopo avere avuto la visione del Parma immaginato come miglior Milan (ma quant’erano scettici, Baresi e Ancelotti), e fu Galliani ad eseguire. Ogni carta venne sparigliata da Silvio e Arrigo su tutti i tavoli, tivù o politica o pallone che fosse. Fare qualunque cosa come se l’avessi inventata tu, dopo che tutti l’hanno fatta ma in altro modo. In sedicesimo, è l’arte della profezia. Il favoloso Milan di Sacchi, l’orchestra prima dei solisti ma con i solisti a esaltare l’orchestra, il proverbiale squadrone all’olandese, la via maestra di un calcio totale in cui i padri si reincarnavano continuamente, metti Evani e leva Cruyff, sposta Massaro e raddoppia Neeskens, fa’ parlare Arrigo e ascolta Rinus Michels. La giostra della bellezza, votata come quarta migliore squadra del Novecento dopo il Brasile del ’70, l’Ungheria del ’54 e l’Olanda del ’74. Troppo? Forse, ma tantissimo di sicuro.

Quando il Milan partì così male, Sacchi appena arrivato da Parma e una teoria di coni colorati a mimare gli avversari, Berlusconi fu molto chiaro con lo spogliatoio: «Lui resta, voi non so». Chi ebbe orecchie per intendere, poi vinse tutto.

Dell’Arrigo si conoscono tic e trionfi, tormentoni e rimpianti, il più colossale in cima al mondo, quando il buddista gli sbagliò quel rigore americano. Ed era stato soprattutto Roberto Baggio a portare gli azzurri in finale a Pasadena nel ’94: il primo violino prima del coro, anche se Sacchi non lo ammetterà mai. Per lui, il calcio all’italiana è stato l’esaltazione degli italici limiti, una storia di perdenti e dominati, una misera epopea di pavidi. Non è vero, però il Milan di Sacchi, ben più dell’Italia di Sacchi, è stato proprio un’altra cosa, un frammento di universo precipitato tra zolle incolte. Un’oasi lussureggiante tra le aride dune finché è durata, più o meno otto anni: non un’epoca, però loro hanno fatto epoca.

Il calcio senza palla, quasi una teoria filosofica dell’assurdo, ma in allenamento funzionava e in partita quasi sempre. Nessuno c’è riuscito meglio dell’Arrigo, anche se qualcuno c’è riuscito di più. E adesso che il suo orizzonte sta sfumando, adesso che Sacchi quasi non esce più di casa e non sta bene, tutti vorremmo dirgli che la sua casa è stata bellissima, e persino un po’ nostra.