ROMA – Villa Borghese all’orizzonte, il traffico di Roma attutito dai doppi vetri, sei presidenti a guardarlo negli occhi in attesa della scossa: alle 15.05 Gabriele Gravina ha mosso il mattone che ha fatto crollare il castello del calcio italiano. «Rassegno le mie dimissioni da presidente della Federcalcio», ha detto al resto delle componenti del pallone. Poco dopo, toccava a Buffon fare lo stesso: un’altra frana. «Era un atto impellente fin da un minuto dopo la partita con la Bosnia», ha scritto a mezzo social l’ex portiere Mundial, dopo aver atteso il passo indietro del presidente per farsi da parte. «È giusto lasciare a chi verrà dopo la libertà di scegliere la figura che riterrà migliore per ricoprire il mio ruolo». Quasi un’apertura a un ritorno con altre figure. Le dimissioni Da ieri la Federcalcio è senza guida: il prezzo della terza esclusione consecutiva dai Mondiali non ha lasciato alternative a chi ha guidato il movimento dal 2018 a oggi. Più di sette anni dopo, siamo al punto di partenza. Senza riforme, con cento squadre professionistiche che faticano a sopravvivere con le risorse a disposizione, con gli interessi dei singoli che prevalgono su quelli generali, con stadi sette anni più vecchi e un debito oltre i 5 miliardi. Sarà un problema del nuovo presidente, che sarà eletto il prossimo 22 giugno: insieme alle dimissioni infatti, Gravina ha convocato nuove elezioni, per sminare il piano del governo di commissariare la Federcalcio. Una data che permetterà al nuovo presidente di costituire un nuovo consiglio federale e nominare i vice presidenti, in tempo per l’approvazione delle iscrizioni delle squadre ai campionati, previste per il 1° luglio. La transizione Fino a quel momento, Gravina resterà a guidare la transizione, con deleghe solo per l’ordinaria amministrazione. Ma con mani libere per orientare la corsa alla sua successione. «C’è grande amarezza, ma anche serenità, ho la coscienza a posto», ha raccontato alla selva di telecamere che lo hanno atteso per tutto il pomeriggio, mentre il suo cellulare esplodeva di messaggi di commiato carichi di retorica. Poi ha ringraziato tutte le componenti del calcio italiano convocate in via Allegri, a Roma, per assistere al rito delle dimissioni: «Mi hanno mostrato ancora una volta grande sostegno, grande stima, affetto, vicinanza anche insistenza nel continuare. Ma la mia scelta era già convinta e meditata». In privato era stato meno conciliante. Le frasi del giorno «La politica mi accusa di non aver fatto molte cose, ma siete voi che non le avete volute», ha contestato Gravina alla sua platea: c’era Ezio Simonelli, presidente della Lega serie A che si è opposta alla possibilità di stravolgere i campionati. C’era il presidente della serie B Paolo Bedin e Matteo Marani della Lega Pro che non ha voluto né il semiprofessionismo, né il taglio del numero di squadre (oggi sono 60). E poi Umberto Calcagno, presidente dell’Assocalciatori, Renzo Ulivieri, a 85 anni inossidabile timoniere dell’Assoallenatori e infine il più vicino a Gravina, Giancarlo Abete, che ne era stato padre politico e ora da presidente della Lega Dilettanti fedele sostenitore. Non a caso, l’unico a togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ieri: «Ci sono persone che dieci giorni prima ti tendevano il palmo della mano, poi invece… ma questo fa parte di un modo di essere che appartiene a tanti». La decisione di dimettersi è stata presa mercoledì intorno all’ora di pranzo, quando il numero uno uscente della Figc ha confessato ai più intimi che solo il pressing della politica perché si dimettesse gli stava suggerendo di resistere. Ma quando alle 11 ha varcato i cancelli della Federcalcio ed è salito nel suo ufficio al quarto piano non c’è stato spazio per i ripensamenti. Resterà vice presidente della Uefa fino alla scadenza del mandato: un incarico che ama e a cui non vorrebbe rinunciare neanche in futuro. All’orizzonte infatti c’è l’Europeo del 2032 da ospitare in condominio con la Turchia, che Gravina considera un proprio successo politico, anche se l’assenza di progetti approvati per nuovi stadi rischia di togliere all’Italia il torneo. Sarebbe l’ennesima sconfitta di un sistema incapace di rinnovarsi.