Ivan Rakitic, da grande protagonista del calcio degli ultimi 20 anni, ex campione del Barcellona di Messi e della Croazia finalista al Mondiale e adesso trentottenne dirigente dell’Hajduk Spalato nella sua prima stagione dopo il ritiro, qual è la cosa più anomala di questo 2026? “Purtroppo è facile dirlo. L’anomalia è che da 16 anni nessun club italiano vince la Champions. Che nelle tre semifinali di queste coppe europee non c’è traccia della serie A. E che l’Italia non andrà al Mondiale per la terza volta di seguito”. Dal 2014 al 2030: una mancanza quasi culturale, per un paio di generazioni di ragazzi. “I numeri spesso non ci piacciono, però ci dicono molte cose. È un dato preoccupante, che mi rattrista tanto: sono molto affezionato al calcio italiano e in particolare alla Nazionale. Serve un’analisi molto profonda per cercare di invertire la tendenza il più presto possibile. Nel calcio europeo e mondiale il calcio italiano è troppo importante perché la situazione attuale diventi “normale”. Non trovo proprio le parole. Tra l’altro sono anche molto amico di Gattuso, che è stato il mio allenatore nella mia ultima stagione da calciatore all’Hajduk”. Gli ha parlato dopo l’eliminazione in Bosnia? “Non me la sono ancora sentita. Ho un rapporto spettacolare con lui e col suo staff. Mi dispiace tanto per l’Italia e specialmente per Rino, una persona alla quale resterò legato per tutta la vita. Gli auguro molta fortuna, sono convinto che da ct avrebbe potuto dare davvero tanto al calcio italiano. Ma il calcio è così, sono i piccoli dettagli a decidere una partita così definitiva: anche un piccolo Paese ti può eliminare. Spero che la Federazione trovi una soluzione, il calcio ha bisogno che l’Italia torni dove è sempre stata”. Il consiglio di Rakitic? “Non è semplice parlare da fuori, però è un argomento sul quale mi sono confrontato con Diego Perotti, che è stato mio compagno al Siviglia e che conosce bene il calcio italiano, avendoci giocato 7 anni tra Genoa, Roma e Salernitana. Lui mi ha detto che il Lecce ha appena vinto il campionato Primavera con una formazione di soli stranieri. Forse bisogna cambiare almeno un po’ le regole, no?”. Regole a parte, non è anche questione di coraggio nel lanciare i giovani italiani? “Certo, serve l’anello di congiunzione tra generazioni. In Spagna, se hai 17-18 anni e sei all’altezza, ti lanciano subito in prima squadra. Basta guardare il Barcellona: ne potrebbe schierare undici formati nella cantera. Mettere soldi sui giovani spesso viene giudicato superficialmente uno spreco, invece è un investimento che dà frutti. Per avere una generazione nuova di talenti, questa è la strada. Ma chiaramente è un processo lungo e difficile, richiede pazienza”. I talenti italiani sono pochi? “No, no, ce ne sono. Coi giovani c’è sempre il fattore sorpresa, nel senso che chi magari in un posto non è pronto può sbocciare in un altro. Perciò conviene uscire dalla comfort zone. A tutti piace stare a casa, nella propria città. A volte bisogna uscirne per fare il passo giusto: è molto bello mangiare la pasta della nonna, ma andare fuori significa imparare a lottare, a combattere, a non avere il posto assicurato. So che è possibile: nel dna degli italiani, ho tanti amici italiani, esiste un grande orgoglio. Come da noi in Croazia”. Figure di alto profilo nella dirigenza, come Paolo Maldini, potrebbero aiutare? “Sì, ma da sole non bastano. Bisogna adeguarsi alla velocità dei cambiamenti del calcio. Un Mondiale senza l’Italia era quasi impossibile da immaginare. È capitato anche all’Inghilterra. Poi si è rialzata”. A proposito di Inghilterra, la differenza di intensità tra Serie A e Premier League è un’altra chiave di lettura della crisi? “Avrei più elementi di giudizio se avessi giocato in Italia. Sono stato più volte vicino a farlo e ho il rammarico di non esserci riuscito: il Paese mi piace da matti. Comunque a me sembra che lo stile di gioco italiano sia cambiato. E non possiamo dire che i giocatori dell’Inter, che nel 2025 hanno giocato la finale di Champions, un anno dopo non fossero in grado di giocarsi il Mondiale in Bosnia. Credo che ci sia da cambiare altro, a livello organizzativo e di programmazione”. Modric a 40 anni è ancora tra i più forti della serie A. “Mi auguro che continui per altri 2-3 anni, ma ovviamente decide lui. Al Milan mi pare che le condizioni ci siano tutte: è felice Luka, è felice il club. E la serie A può goderselo ancora”. Il suo erede nella Croazia può essere Moro? “Modric non ha eredi. La sua storia è unica: non solo per la nostra nazionale, ma per il calcio mondiale. Personalmente io sono un fan di Pasalic, che nell’Atalanta è un eclettico e per me un box to box straordinario, un centrocampista capace di muoversi da un’area all’altra. In questo momento abbiamo Gvardiol difensore del City e Baturina, che da trequartista nel Como di Fabregas sta salendo di livello: ha avuto bisogno di qualche mese di adattamento, a Zagabria era il re, è il discorso della comfort zone. Secondo me il talento croato con maggiore prospettiva è Vuskovic, 19 anni, difensore centrale dell’Amburgo. Moro è un centrocampista moderno, è cresciuto parecchio negli ultimi mesi: il Bologna è per lui una grande opportunità per diventare un campione. Il calcio è uno sport che si evolve a velocità supersonica”. Anche nelle regole: lei non ha mai nascosto di non gradire il Var. “Non si può restare fermi, però su questo io sono tradizionalista. Il calciatore fa degli errori e anche l’arbitro: la perfezione non esiste e del resto non la garantisce nemmeno il Var, come vediamo. A me piacciono le emozioni. Non mi piace quando il gioco si ferma per 2-3 minuti”. Perché un calcio come quello croato, con campi e infrastrutture precari e pochi soldi, è stato capace dopo il terzo posto al Mondiale 1998, del secondo nel 2018 e ancora del terzo nel 2022? “Io vivo con entusiasmo la mia esperienza all’Hajduk: non conta il luogo, ma esserci con la famiglia, con mia moglie spagnola e con le nostre figlie. Siamo cittadini del mondo: Roma, Milano, non si sa mai. Di sicuro noi croati abbiamo un grande amore per lo sport, per il nostro Paese, per la nostra gente. Mai arrendersi: è la nostra forza. Dalle situazioni più complicate veniamo fuori più forti. Succede nel calcio, nella pallanuoto, nel tennis, nel basket: è la nostra mentalità fin da piccoli. E probabilmente il segreto dei nostri successi negli sport di squadra”. Chi vincerà la Champions? “Intanto, da testimonial del Trophy Tour dell’Uefa di Europa e Conference League, dico che in Europa League conviene fare attenzione all’Aston Villa di Emery, uno che sa come si vince quel torneo. Con lui al Siviglia mi è successo due volte. In Champions la mia favorita è il Psg”. E al Mondiale? “Le nazionali di sempre: Germania, Argentina, Spagna, Francia. Sarà interessante. E occhio alle sorprese. Magari alla Croazia”.
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Rakitic: “Giovani, mollate la pasta della nonna. Se la squadra Primavera che vince non ha italiani avete un problema”
Enrico Currò·

Intervista al centrocampista croato, ex Barcellona, Siviglia, ora dirigente dell’Hajduk Spalato
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