E fu così che l’ormai mitologica domanda gridata da Massimiliano Allegri («Dov’è Rocchiii?») alla fine di Juve-Atalanta di Coppa Italia, quella sorta di urlo di Munch del nostro calcio, trovò finalmente risposta: Rocchi era dietro il vetro della sala Var. Non poteva starci, ma c’era. Si sa che per gli arbitri la posizione è tutto. Gianluca Rocchi, il cittì dei fischietti (è lui che li convoca o li esclude, ancora per poco: il contratto gli scade comunque a giugno), non sempre questa posizione ha saputo coglierla. Non la colse la sera di Roma-Juventus del 5 ottobre 2014, quando l’arbitro Rocchi di Firenze sbagliò tutto, ma quasi tutto a vantaggio dei bianconeri (due rigori che non c’erano, un gol da annullare). Finì 3-2, e Rudi Garcia fece il famoso gesto del violino. «Se potessi, cancellerei quella partita dalla mia vita», confesserà Rocchi. Ma la musica non è mai cambiata, non lo spartito e meno che mai i violinisti.
Scagli la prima pietra eccetera, ma questa è una cava di marmo. Per carità, in una lunga e densissima carriera (263 direzioni in A, più di lui solo Concetto Lo Bello e Orsato), sbagliare è umano. E Gianluca Rocchi fu molto umano quando Higuain (allora al Napoli) gli rise in faccia sui social per un rigore dato alla Juve, un altro, oppure quando in Champions non cacciò Felipe Melo che aveva arato Alexis Sanchez, oppure quando in un remoto Inter-Napoli fischiò un rigore contro i nerazzurri per fallo di Obi su Maggio, fuori area in verità. Disse Massimo Moratti: «Spero di non vedere mai più questo arbitro, è troppo scarso». Non sarà accontentato. Quando dirigeva, in pochi fischiavano più rigori di lui: il suo primato assoluto, nel campionato 2015/16. Il fatto è che spesso li concedeva un po’ a caso. Quando si ritirò, e anche quella volta si giocava un Juve-Roma ma senza violini, alla fine i bianconeri lo schiumarono come un compagno del liceo. E questa bella scena apparve di una confidenza un po’ eccessiva, come quell’altra volta, quando Rocchi diede il cinque a Bonucci dopo avergli ironicamente mostrato il fischietto. Qualche anno prima, Rocchi venne sfiorato da Calciopoli ma ne uscì assolto. Così così come arbitro, anche se va ricordato che fu il primo a interrompere una gara per cori razzisti, così così come designatore. È andata così. Rocchi non ha saputo fare in modo che l’Aia non si spaccasse, tra correnti e veleni. Ha introdotto l’Open Var, dando cioè voce ad arbitri solitamente muti, però con le virgolette aperte è aumentata la confusione sotto il cielo. E le ultime due stagioni, l’attuale specialmente, sono state le peggiori da quando è stata introdotta la video assistenza, e sono ormai nove stagioni (ma possiamo consolarci: è una crisi mondiale). I capi non sempre sono amati, anzi, perché il loro è un compito ingrato: Rocchi non piace a molti arbitri perché è favorevole ai tagli. Tra le non poche grane, resta il Var la sua macchina diabolica: l’anno scorso non seppe evitare che il napoletano Guida fosse Avar in Inter-Lazio, con rigore concesso ai laziali nel recupero e segnato da Pedro, un gol scudetto proprio per il Napoli. Anche questo, va detto, in deciso contrasto con le accuse che vorrebbero Gianluca Rocchi impegnato in riunioni per concedere ai nerazzurri arbitraggi graditi. Seguiranno dibattito e inchieste. L’unica certezza, al momento, è che la domanda di Allegri avrà presto una nuova risposta. Dov’è Rocchi? Non più a governare destini e carriere.
