Il pranzo della domenica alla fine va di traverso solo alla Juventus, che nel giro di un’ora passa dal terzo posto, occupato per inerzia e difeso senza convinzione, al sesto, che la condanna di fatto all’Europa League e anticipa il processo alla sua stagione disgraziata. L’ultima diapositiva, la tragicomica sconfitta in casa contro la Fiorentina già salva, racconta l’anno dell’immaturità, tra le incertezze di un portiere mai all’altezza e l’inconcludenza di un parco attaccanti il cui rapporto tra costi e benefici andrebbe studiato ad Harvard. Un dato racconta molto: Openda e David, dieci milioni di ingaggio netto in due, quasi sessanta di investimento in estate, sono rimasti in panca. Il vano tentativo di Spalletti La fortuna di certe serie tv dipende dal finale di stagione: quello dei bianconeri, crollati quando avevano nelle mani il proprio destino, fa rivedere al ribasso anche le puntate precedenti e raduna ombre inquietanti sul futuro. Spalletti ha provato a dare un barlume di gioco e di speranza a una squadra senz’anima, orfana di leader e zavorrata da giocatori fragili di piede e di testa, inadatti a reggere il peso della storia. Il fallimento dell’obiettivo minimo rimette tutti in discussione. Da troppi anni la Juve raccatta il quarto posto all’ultimo momento, da troppi mercati non indovina un acquisto che sposti gli equilibri: ha provato solo a cambiare tecnico, come fanno le società piccole senza idee. Ora deve risolvere il dualismo tra chi costruisce la squadra e chi la mette in campo, per poi procedere a una ricostruzione competente. E questo vale anche se un doppio miracolo dovesse darle la Champions last minute. Lo sprint di Allegri e Gasp Alla fine, questa strana volata per l’Europa, con cinque gare decisive a mezzogiorno, regala un verdetto prevedibile, la qualificazione del Napoli, e rimanda all’ultima gli altri, con Milan e Roma a un passo dal traguardo e il Como legittimato a sperare. Il sorriso sincronizzato di Allegri e Gasperini testimonia il sollievo di chi, resistendo alle relazioni complicate con la propria dirigenza e a molti inciampi nel cammino, ha almeno trovato il necessario pragmatismo nello sprint. Frenare lo spezzatino selvaggio Ieri la contemporaneità degli eventi, oltre a provocare ondate di sana nostalgia del popolo boomer, ha annacquato la mediocrità dello spettacolo nell’emozione di una classifica in aggiornamento continuo. Abbastanza per pensare a un freno allo spezzatino selvaggio che svuota la domenica pomeriggio e impone spesso anticipi e posticipi che singolarmente non hanno appeal (quanti match imperdibili abbiamo visto di venerdì sera?). Tuttavia, è bene ricordarlo ancora, aver giocato in un orario mai visto, dopo il balletto degli ultimi giorni, resta il sintomo della confusione del sistema. Tra un mese avremo già i nuovi calendari e un altro presidente federale, mentre guarderemo il Mondiale in tv. La fase di riflessione, nell’ennesimo anno zero del calcio, si è chiusa in fretta.
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Uomini e destini deboli, una Juve senz’anima
Francesco Saverio Intorcia·

La domenica del calcio a pranzo va di traverso solo ai bianconeri
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